Pensioni: cosa cambia nel 2026. E dal 2027 età più alta e rischio nuovi esodati

Published 5 hours ago
Source: panorama.it

In arrivo una nuova generazione di esodati? Torna d’urgenza sul tavolo il tanto dibattuto meccanismo, automatico, di adeguamento del sistema pensionistico all’aspettativa di vita introdotto dalla riforma Fornero (e mai accantonato). Un criterio che continua a spingere in avanti l’età di uscita dal lavoro. E un futuro incerto: 3 mesi in più per andare in pensione dal 2029 secondo le stime della Ragioneria di Stato e 55 mila lavoratrici e lavoratori che secondo l’analisi della CGIL rischiano di trovarsi, a partire dal 1° gennaio 2027, senza reddito e senza contribuzione previdenziale. Intanto per quest’anno la Legge di Bilancio ha congelato alcune soglie ma ne ha modificate altre.

Pensioni nel 2026: cosa prevede la Legge di Bilancio e cosa resta invariato

Nel 2026 l’età per la pensione di vecchiaia resta fissata a 67 anni, con almeno 20 anni di contributi, mentre per la pensione anticipata servono 42 anni e 10 mesi di contributi (un anno in meno per le donne). Per quest’anno nessun aumento dell’età pensionabile, ma la Manovra ha messo nero su bianco un percorso di crescita già a partire dal 2027. La manovra per il 2026 ha confermato anche alcune misure simbolo degli ultimi anni, come l’Ape Sociale, prorogata anche per quest’anno e destinata alle categorie più fragili (lavoratori gravosi, disoccupati, caregiver e invalidi) con uscita a 63 anni e 5 mesi. Sono rese strutturali le maggiorazioni sulle pensioni minime, fino a 20 euro mensili, mentre la rivalutazione degli assegni è stata fissata all’1,4%. Stretta sul fronte delle uscite anticipate. Scompaiono Quota 103 e Opzione Donna, e è cancellato il cosiddetto “ponte tra le previdenze”, che consentiva di combinare pensione pubblica e rendita dei fondi complementari per anticipare l’uscita dal lavoro. La direzione è chiara: meno pensionamenti anticipati e più spazio alla previdenza complementare. Non a caso, dal 2026 sale a 5.300 euro il tetto di deducibilità fiscale per i contributi versati ai fondi pensione. Una leva pensata soprattutto per i più giovani, che potrebbero arrivare a una pensione pari all’82% dell’ultimo reddito da lavoro se dipendenti, e al 76% se autonomi, grazie al mix tra previdenza pubblica e integrativa. Resta inoltre in vigore il cosiddetto “bonus Giorgetti”, l’incentivo in busta paga per chi decide di continuare a lavorare pur avendo maturato i requisiti per la pensione anticipata.

Dal 2027 al 2029: l’aumento dei mesi e il nodo dell’aspettativa di vita

Ma lo spartiacque arriva dal 2027. La Legge di Bilancio ha ridotto l’aumento, che sarebbe dovuto scattare automaticamente a tre mesi, limitandolo a un solo mese per il 2027 e a salire da gennaio 2028 con due mesi aggiuntivi che portano il requisito per la pensione di vecchiaia a 67 anni e 3 mesi. Lo stesso vale per la pensione anticipata, che salirà a 42 anni e 11 mesi di contributi nel 2027 e a 43 anni e 1 mese nel 2028. Una decisione che viene dall’applicazione del meccanismo automatico di adeguamento all’aspettativa di vita introdotto dalla riforma Fornero. Un meccanismo che prevede scatti biennali, sulla base delle rilevazioni demografiche, e che, come avvisano le ultime stime della Ragioneria Generale dello Stato, non si ferma qui. Secondo le proiezioni contenute nel Rapporto sulle tendenze di medio-lungo periodo del sistema pensionistico, dal 2029 potrebbe scattare un ulteriore aumento di tre mesi. Questo significherebbe portare l’età per la pensione di vecchiaia a 67 anni e 6 mesi dal primo gennaio 2029 e a 67 anni e 8 mesi dal 2031. Per la pensione anticipata, i requisiti salirebbero a 43 anni e 4 mesi di contributi nel 2029 e a 43 anni e mezzo nel 2031, sempre con un anno in meno per le donne. Si tratta di stime, basate su previsioni demografiche. Gli adeguamenti effettivi dipenderanno dai dati consuntivi dell’Istat. Ma il segnale è sufficiente a riaprire il dibattito politico e sindacale.

L’allarme esodati: le stime della Cgil

E da qui arriva anche l’allarme lanciato dalla Cgil. Secondo le analisi dell’Osservatorio Previdenza del sindacato, fino a 55 mila lavoratrici e lavoratori rischiano di trovarsi, a partire dal 1 gennaio 2027, senza reddito e senza contribuzione previdenziale. Il motivo è l’effetto combinato degli aumenti dei requisiti e degli accordi di uscita anticipata sottoscritti negli anni scorsi, quando questi incrementi non erano previsti. I lavoratori coinvolti sono quelli che hanno aderito a strumenti del tutto legittimi: oltre 23 mila lavoratori in isopensione, circa 4 mila nei contratti di espansione e circa 28 mila usciti tramite fondi di solidarietà bilaterali. Accordi firmati fino al 31 dicembre 2025, sulla base di date certe di accesso alla pensione, che ora rischiano di slittare in avanti di mesi. Secondo la Cgil, l’incremento di un mese nel 2027, di due mesi nel 2028 e di tre mesi stimati dal 2029 “modifica radicalmente lo scenario” su cui erano stati costruiti migliaia di percorsi di uscita dal lavoro. L’effetto concreto, denuncia il sindacato, è quello di dover inseguire requisiti pensionistici che continuano a spostarsi in avanti, con scoperture che potrebbero arrivare fino a quattro mesi dal 2029, durante i quali i lavoratori resterebbero senza stipendio e senza pensione.
Sindacati e opposizione chiedono al governo di affrontare in modo strutturale la questione, l’esecutivo ribadisce la necessità di tenere insieme sostenibilità dei conti pubblici e tutela sociale, lasciando però sullo sfondo una questione irrisolta: finché il meccanismo automatico di adeguamento all’aspettativa di vita resterà pienamente in vigore, ogni intervento rischia di essere temporaneo.