E se un blackout non fosse un incidente?

Published 5 hours ago
Source: panorama.it

Dieci anni sono un’unità di misura curiosa: abbastanza lunga da consentire ai più di dimenticare, abbastanza breve da permettere a pochi di ripetere, con la certezza che qualcuno sia in ascolto. Pochi giorno orsono, ESET, azienda di cybersecurity,  ha attribuito al gruppo Sandworm, vicino al Cremlino, un tentativo di attacco contro centrali elettriche e rete elettrica polacche. La data non è un dettaglio: esattamente dieci anni prima, con BlackEnergy, l’Ucraina aveva sperimentato per la prima volta cosa significhi restare al buio non per un guasto, ma per una decisione politica eseguita in forma digitale. Allora fu uno shock che oggi diventa una ricorrenza.

Il malware cambia nome, DynoWiper invece di BlackEnergy, ma il gesto resta identico. Colpire l’energia significa colpire tutto ciò che non si vede quando funziona: ospedali, trasporti, comunicazioni, fiducia. L’elettricità è una di quelle infrastrutture che esistono soprattutto quando mancano. Finché ci sono, non fanno notizia; quando spariscono, rivelano quanto fosse ingenua l’idea di considerarle neutrali. DynoWiper, come ogni wiper che si rispetti, non ruba informazioni, non chiede riscatti, non monetizza, ma cancella. E azzerare, nello spazio cyber, è l’equivalente funzionale del bombardare: non serve a guadagnare, serve a dimostrare che si può. Dal mio punto di vista, la vera continuità non è tecnica ma culturale. Dieci anni fa si parlava di “attacchi informatici” come se fossero un’anticipazione del futuro, oggi sono semplicemente presente. La guerra cibernetica non è più un’eccezione, è una grammatica. Sandworm non innova: applica una lezione che il mondo ha già visto e che ha scelto di archiviare come episodio. DynoWiper non sorprende, ma ricorda. Rammenta che le infrastrutture critiche sono diventate il luogo in cui si misura il rapporto tra potere e vulnerabilità, tra deterrenza e quotidianità.

C’è poi un altro aspetto che merita attenzione. Attaccare la rete elettrica di un Paese NATO non significa solo spegnere delle luci. Significa testare soglie, tempi di reazione, capacità di attribuzione e, soprattutto, la resistenza narrativa. Perché oggi la guerra non si combatte solo per distruggere, ma per raccontare cosa può essere distrutto, da chi e con quali conseguenze. Un wiper è anche un messaggio: non lascia spazio a negoziazioni, non offre ritorni economici, non costruisce ambiguità, ma dice soltanto: “voglio solo che ti pieghi”. Qui sta il paradosso: più parliamo di resilienza, più ci scopriamo fragili; più investiamo in sicurezza, più aumenta il valore simbolico del colpire ciò che dovrebbe essere protetto. Dieci anni dopo BlackEnergy, DynoWiper non segna un’escalation, ma una normalizzazione. Il problema non è che questi attacchi esistano, ma che non ci scandalizzino più abbastanza da cambiare davvero prospettiva. Forse il punto non è impedire che il buio arrivi, ma smettere di comportarci come se fosse sempre un incidente perché, quando l’oscurità è pianificata, continuare a chiamarla blackout è solo un modo elegante per non chiamarla guerra.