Nelle stanze del Nazareno, storica sede del Pd a Roma, c’è una parola che torna, ossessiva: scissione. Non detta, non proclamata, ma sussurrata. I riformisti del Pd non vogliono andarsene, giurano di no. “Siamo stati noi a contribuire alla fondazione di questo partito”, ripetono come un mantra. Eppure il clima è diventato ”ormai irrespirabile”. Parola di Pina Picierno.
L’idea che serpeggia è quella di “fare il Pd fuori dal Pd”. Un paradosso che fotografa meglio di mille analisi lo stato di salute dei dem. Graziano Delrio non chiude la porta a nulla, nemmeno all’ipotesi di un nuovo soggetto politico. “Tengo aperto un dialogo da tempo con tutta la galassia cattolica e liberalsocialista”, dice, ammettendo che i riformisti vengono trattati come “ospiti in casa nostra”. Una sensazione rafforzata dagli attacchi di Francesco Boccia e Goffredo Bettini, che li accusano di essere un problema, se non peggio.
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Sempre la Picierno confessa: “Io mi sento bullizzata, lo devo ammettere”. E a pesare è anche il silenzio di Elly Schlein, accusata di non aver difeso Giorgio Gori e i parlamentari riformisti finiti nel mirino della sinistra più radicale. Un silenzio che dura da un anno, mentre — ricorda Filippo Sensi — “il mio partito non si riunisce in una direzione politica”. E con il mondo in fiamme, chiedono, è davvero normale? La minoranza chiede una sola cosa: una direzione aperta, pubblica. E una domanda secca: “Il Pd è ancora la casa dei riformisti?”. Schlein, per ora, prende tempo e punta tutto sul referendum di marzo. Se vincerà, andrà al congresso anticipato da una posizione di forza. Nel frattempo, i segnali di rottura si moltiplicano. Manifesti che accusano Delrio di voler “zittire chi denuncia il genocidio”, giovani dem che parlano di delegittimazione. Forse non nascerà una nuova Margherita. Più probabile un Asinello: piccolo, testardo e pronto a dire che il problema, stavolta, non è chi se ne va. Ma chi accompagna alla porta. Il 22 Marzo, oggi, sembra una data troppo lontana per star sereni.
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