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1 hours ago

Smart working addio? Il “Back to office” accelera anche in Italia, da Stellantis a Palazzo Chigi

panorama.it

Saturday, February 14, 2026

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Niente più traffico all’ora di punta, addio badge timbrato alle 9, riunioni in call dal salotto di casa. Lo smart working durante il Covid era stato ribattezzato “il nuovo mondo del lavoro” e la previsione era unanime: non torneremo più indietro. Sei anni dopo, la realtà racconta un’altra s...

Niente più traffico all’ora di punta, addio badge timbrato alle 9, riunioni in call dal salotto di casa. Lo smart working durante il Covid era stato ribattezzato “il nuovo mondo del lavoro” e la previsione era unanime: non torneremo più indietro. Sei anni dopo, la realtà racconta un’altra storia. Il “Back to office” accelera, le e-mail con oggetto “Bto” riprendono a circolare e molte grandi aziende, da Stellantis ad Amazon, da Meta a Ubisoft, stanno tornando al pre-Covid. Anche la Pubblica amministrazione, con Palazzo Chigi, ha imboccato la strada del rientro. Ma è davvero la fine dello smart working?

Back to office: Stellantis, Amazon, Meta e il segnale che arriva da Palazzo Chigi

In Italia il caso più recente è quello di Stellantis. Dal 2027 il gruppo automobilistico imporrà il rientro fisso in sede in Italia, superando lo smart working introdotto durante la pandemia. Oggi, su circa 30mila dipendenti, 10mila lavorano da casa due giorni a settimana. Nel 2026 resterà l’obbligo di tre giorni in presenza, poi il ritorno strutturale in ufficio. L’amministratore delegato Antonio Filosa lo ha annunciato in plenaria: “Cari colleghi, è tempo di tornare in ufficio”. I sindacati contestano il metodo di una decisione comunicata senza un vero confronto e sollevano dubbi logistici e di attrattività, in un’azienda già alle prese con difficoltà industriali. Il rischio, avvertono, è di perdere appeal verso i profili più qualificati e giovani.
Non è un caso isolato. Ubisoft, multinazionale dei videogiochi, ha imposto ad Assago il rientro “cinque su cinque” per tecnici, designer e programmatori. Risposta: tre giorni di sciopero. Il richiamo in presenza è arrivato nell’ambito di un piano globale di ristrutturazione da 200 milioni di euro e, soprattutto in Francia, i sindacati sospettano che la stretta sul lavoro da remoto possa diventare uno strumento indiretto per favorire dimissioni volontarie, evitando i costi di licenziamenti diretti.
Vento cambiato anche nella Pubblica amministrazione con Palazzo Chigi che ha ridotto lo smart working a un solo giorno alla settimana. I dipendenti hanno risposto con uno sciopero votato all’unanimità.
Oltreoceano il Back to work è evidente. Amazon ha archiviato il modello ibrido per 350mila dipendenti, tornando al full time in presenza. Meta, dopo aver promosso il lavoro “ovunque”, ha imposto cinque giorni in ufficio citando una “maggiore efficienza degli ingegneri junior in presenza”. Goldman Sachs e JPMorgan rivendicano che “l’apprendimento finanziario in sala trading è migliore che da casa”. Dell, AT&T, Tesla, PwC e Home Depot hanno seguito la stessa filosofia. Alphabet (Google) mantiene una linea più morbida ma ha imposto tre giorni obbligatori, legando la presenza alle valutazioni di performance. Secondo il Flex Report 2025, negli Stati Uniti un’azienda su tre ha ormai sospeso o drasticamente ridotto il lavoro da remoto. Il ritorno in ufficio cinque giorni su cinque sta tornando la consuetudine.

Produttività: lo smart working funziona oppure no?

Durante la pandemia si è radicata un’idea: il lavoro da remoto aumenta la produttività. Ma la letteratura scientifica restituisce un quadro molto più sfumato. Uno studio della Banca d’Italia, che ha analizzato l’adozione di massa dello smart working tra il 2019 e il 2023, conclude che l’impatto medio sulla produttività è stato sostanzialmente nullo. Nessun effetto significativo su ricavi, ore lavorate, profitti o investimenti in tecnologie 4.0. Tuttavia, emergono differenze profonde tra imprese: alcune hanno registrato miglioramenti, altre, in particolare quelle più “resistenti” prima della pandemia, hanno visto invece risultati peggiori.
E diversi studi internazionali pubblicati negli ultimi anni ci dicono che gli effetti del lavoro remoto su performance e benessere dipendono da contesto, ruolo, personalità e infrastrutture organizzative. Non esiste una formula universale.
Il rapporto tra percezione e realtà è un altro nodo cruciale. In un’indagine commissionata da Microsoft, l’87% dei dipendenti si dichiara produttivo da casa, ma solo il 12% dei manager è convinto che lo siano davvero. E un’analisi condotta su oltre 61mila dipendenti Microsoft ha evidenziato che il lavoro completamente da remoto tende a rendere più statiche le reti di collaborazione, riducendo le interazioni spontanee e la condivisione di idee. In altre parole, la produttività individuale può anche reggere, ma innovazione e creatività rischiano di indebolirsi.

Isolamento, innovazione e senso di appartenenza: i limiti del lavoro da remoto

Le aziende che spingono per il rientro sostengono che le chiacchiere informali davanti alla macchinetta del caffè e nei corridoi sarebbero il motore delle idee fuori dagli schemi e che in videochiamata a rimetterci è la creatività.  Diversi studi accademici segnalano che il lavoro da remoto può aumentare il rischio di isolamento sociale, ridurre il senso di appartenenza e rendere più difficile separare vita privata e professionale, con possibili effetti sul burnout.
C’è poi un fattore economico: le sedi aziendali sono investimenti a costi fissi. Affitti, manutenzione, riscaldamento. Uffici vuoti significano asset improduttivi. Nel 2021 lo smart working era visto come leva di risparmio. Nel 2026 molte imprese ritengono che quei risparmi siano stati compensati da una perdita di identità e da processi decisionali più lenti.
Ma non tutti gli studi vanno nella stessa direzione. L’Osservatorio Smart Working del Politecnico di Milano registra nel 2025 un leggero aumento dei lavoratori agili (+0,6%), per un totale di circa 3,76 milioni di persone.

Dimissioni, giovani talenti e il rischio boomerang del ritorno in ufficio

Il vero banco di prova del “Back to office” potrebbe essere il mercato del lavoro. Secondo uno studio dell’Università di Pittsburgh, la probabilità di dimissioni in caso di obbligo full time in presenza è superiore del 77% tra i lavoratori più qualificati rispetto a quelli con minori competenze. A essere più sensibili sono i genitori lavoratori, in particolare le donne, e i caregiver. La fascia tra i 20 e i 30 anni considera la flessibilità un requisito quasi non negoziabile. Se il rientro viene percepito come imposizione o strumento di controllo, il rischio è una fuga verso aziende che mantengono modelli ibridi. Non a caso molte aziende stanno tentando una strategia più morbida. Benefit, uffici trasformati in luoghi esperienziali, spazi relax, ristorazione gratuita, per rendere l’andare al lavoro un’attrazione, non un obbligo. Ma non sempre basta.

Smart working o ritorno in ufficio? La via ibrida come nuovo equilibrio

A conti fatti le varie analisi suggeriscono che il lavoro da remoto non è di per sé dannoso, ma nemmeno la soluzione perfetta. Il ritorno totale in presenza elimina alcuni svantaggi del remoto, ma sacrifica benefici importanti in termini di equilibrio vita-lavoro e attrattività dei talenti. Per questo molti ricercatori indicano nel modello ibrido la soluzione più efficiente: giorni comuni in presenza per favorire collaborazione e cultura aziendale, alternati a giornate da remoto per concentrazione e flessibilità. Un compromesso che potrebbe andare bene a lavoratori e aziende.
La stagione del “tutti a casa” sembra chiusa. Ma anche quella del “tutti in ufficio, sempre” potrebbe rivelarsi un ritorno al passato difficile da sostenere nel lungo periodo.

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