Scuola, fragilità e silenzi: quando l’emergenza educativa chiede una nuova alleanza
panorama.it
Thursday, February 5, 2026
Negli ultimi mesi la scuola italiana è stata colpita da eventi tragici che dovrebbero indurre una riflessione profonda sulla funzione educativa e sociale dell’istituzione scolastica, sulla salute mentale dei giovani e sulla qualità delle relazioni tra scuola, famiglia e comunità. In provincia ...

Negli ultimi mesi la scuola italiana è stata colpita da eventi tragici che dovrebbero indurre una riflessione profonda sulla funzione educativa e sociale dell’istituzione scolastica, sulla salute mentale dei giovani e sulla qualità delle relazioni tra scuola, famiglia e comunità.
In provincia di Latina, l’11 settembre 2025 il quattordicenne Paolo Mendico si è tolto la vita nella sua casa alla vigilia dell’anno scolastico, in una vicenda legata al bullismo che avrebbe subìto e che era stata segnalata dalla famiglia, dando il via a un’inchiesta della Procura per istigazione al suicidio e a un’ispezione ministeriale che ha portato alla sospensione per tre giorni della dirigente scolastica e ad altri provvedimenti nei confronti di docenti dell’Istituto Pacinotti di Fondi.
A inizio gennaio, la tragica vicenda di Crans-Montana ha mostrato quanto una ferita collettiva possa riversarsi nelle aule, con classi psicologicamente sfasciate e la necessità di supporto psicologico immediato.
Si tratta di due episodi diversissimi che s’innestano in un contesto di fragilità psicologica giovanile in crescita e di forti tensioni nelle relazioni con gli adulti di riferimento.
Secondo dati recenti, tra gli adolescenti italiani tra i 15 e i 19 anni circa l’8% convive con ansia e il 4% con depressione, condizioni in aumento nella popolazione giovanile europea negli ultimi anni e aggravate dal periodo post-pandemia.
Indagini nazionali evidenziano come quasi la metà degli adolescenti non mostri un buon livello di benessere psicologico e come fenomeni come l’isolamento sociale, l’iperconnessione digitale e il cyberbullismo siano in crescita, complicando ulteriormente il quadro emotivo dei giovani.
Inoltre, i recenti studi sull’adolescenza mostrano che conflitti con i genitori e difficoltà nel dialogo familiare possono costituire fattori di rischio per il benessere psicologico dei ragazzi, sempre più relegati nel silenzio dell’anonimato in cui acquistano voce pensieri cupi e vuoti riempiti dai contenuti trasmessi dagli schermi dei loro smartphone, rendendo ancora più difficile la gestione delle sfide quotidiane, comprese quelle legate alla scuola e alla costruzione di un’identità.
Davanti a questa complessità, la risposta educativa non può essere quella di irrigidirsi, chiudersi in steccati difensivi o cercare alibi istituzionali.
La tentazione di reagire alla cronaca e a questi disagi – di cui fa esperienza chiunque viva l’ambiente scolastico – mettendo in sicurezza la posizione di chi lavora a scuola è forte, così come è legittima, ma a furia di coperture burocratiche, protocolli di sicurezza e colpevolizzazioni superficiali si rischia di dedicarsi solo alla difesa, senza incidere sulle dinamiche reali che attraversano le vite dei ragazzi e delle loro famiglie.
La scuola non è un bunker da presidiare, ma un avamposto della società e una comunità educante che deve saper leggere i segnali di disagio, accogliere le storie e le difficoltà, osservare senza pregiudizi e intervenire con strumenti adeguati, senza paura di essere colpevolizzata, aggredita o anche – attenzione! – investita di responsabilità che non le competono.
La chiave di volta sta nel ripensare l’alleanza educativa tra scuola e famiglia, in un’ottica di collaborazione autentica che valorizzi la verità dei fatti, l’ascolto reciproco e il rispetto delle responsabilità condivise.
Gli episodi di bullismo, i segnali di sofferenza, l’isolamento emotivo e le difficoltà di relazione non possono essere segnati come problemi esclusivamente «scolastici» o «familiari»: sono questioni che attraversano le giornate e le vite di chi si trova coinvolto e, di conseguenza, richiedono una rete di interventi in cui educatori, genitori, servizi sanitari, psicologi e terzo settore lavorino insieme per costruire percorsi di accompagnamento, prevenzione e cura.
Non si consideri la fragilità un tabù o una seccatura, al contrario è necessario che la scuola diventi un luogo di dialogo continuo con le famiglie, accogliendo i bisogni dei ragazzi non come lamentele da respingere, ma come richieste di aiuto da interpretare e sostenere.
Dal punto di vista delle famiglie, ecco che il dialogo con la scuola non deve ridursi a mansionario da pretendere eseguito, oppure a sfogo di ogni frustrazione e insicurezza.
E’ davvero tempo di ricostruire un’alleanza educativa distrutta a colpi di colloqui svolti malvolentieri, diffidenza reciproca, comunicazioni via PEC, accesso agli atti, anni scolastici finiti in tribunale, toni troppo alti in aula, in corridoio, nel parcheggio della scuola, sui social.
La sfida che abbiamo davanti – come sistema educativo e come società – è quella di non lasciare soli ragazze e ragazzi nei loro momenti di vulnerabilità, di non trasformare il dolore in qualcosa di cui lavarsi le mani, e di costruire un patto educativo fondato sulla fiducia, sulla responsabilità condivisa e sull’attenzione ai segnali meno visibili, ma più significativi, di disagio e di richiesta di cura.
Solo così potremo davvero rendere la scuola un luogo di crescita, di protezione e di costruzione di senso per le nuove generazioni. Serve proprio un’idea di scuola fatta di vita, non di plastica.
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